interviste

La Milano di Massimiliano Gioni

Da provinciale modello, nato e cresciuto a Busto Arsizio, ho sempre nutrito un rapporto di amore e odio per Milano.

La Milano di Massimiliano Gioni

Il suo rapporto con la città di Milano: quando e come è cominciato? È legato a un luogo in particolare?
Da provinciale modello, nato e cresciuto a Busto Arsizio, ho sempre nutrito un rapporto di amore e odio per Milano. Ci si andava bigiando, in treno, o il sabato pomeriggio, ricordo, con mia sorella che era più grande e andava a fare le vasche in corso Vittorio Emanuele [La Città dei Monumenti]. Più avanti ci sarei andato per comprare libri e fumetti, e per vedere le prime mostre. Ricordo i primi film delle avanguardie storiche visti al museo del cinema di via Manin. E poi molte gallerie, in via Tadino soprattutto e zona porta Venezia più o meno, e tante librerie e bouquiniste.

Ma appunto, da provinciale, per tanto tempo Milano per me era rappresentata dalla Stazione Garibaldi e dalla Stazione Centrale, soprattutto prima della loro trasformazione in grandi centri commerciali.

Ci può dire una o più architetture storiche, o monumenti del pasasto che ama in maniera particolare? E per quale motivo?
Non ci sono mai entrato, ma la casa nel villaggio per giornalisti di Figini e Pollini ha sempre rappresentato per me un’idea di Milano come città moderna e cosmopolita. E anche se risale agli anni Trenta, mi sono sempre immaginato che si sarebbe vissuto in queste case se le profezie di Lucio Fontana e degli spazialisti prima e dell’arte programmata poi si fossero avverate. Di Milano mi ha sempre colpito la duplice tensione da un lato verso la modernità e l’utopia, così chiara e apparente in certa arte degli anni Sessanta, e dall’altro invece la vita nelle case di ringhiera e la vita agra raccontata da Bianciardi o Testori. E mentre mi sembra sia scomparsa gran parte della carica e dell’energia delle avanguardie del dopoguerra, la vita agra delle case di ringhiera sembra continuare a sopravvivere e a rinnovarsi in nuove forme.

Ci racconta un’attività che spesso fa quando viene a Milano? Intendo un luogo dove torna, un tragitto che le capita di percorrere spesso e con il quale ha familiarizzato o uno spazio dove spende il proprio tempo in città.
Devo confessare che da vero Italiano all’estero, ogni volta che torno a Milano la prima cosa che faccio è mangiare: cercare la focaccia, il cornetto e il cappuccino, la brioche con la crema, e poi pranzi e cene con ingredienti di stagione. Poi di solito faccio il giro delle gallerie e dei musei, delle fondazioni e delle librerie, soprattutto Hoepli [La Città dei Monumenti] e Feltrinelli.

C’è un negozio dove acquista delle cose speciali, che trova soltanto a Milano? Qual è?
Più che altro direi i ristoranti e le librerie…

Esiste un locale, un bar o un ristorante che apprezza particolarmente in città? Se non è legato a una contingenza spaziale, o a una moda, vi è affezionato per la sua storia?
Ce ne sono molti, ma non li condivido per gelosia.

Ci può, infine, elencare una o più tra le architetture recenti che hanno trasformato radicalmente negli ultimi anno il volto della città? Quali sono, secondo lei, gli aspetti più positivi di questa trasformazione?
Indubbiamente la zona di Porta Nuova [La città che cresce] ha cambiato completamente il cuore della città. Ed è tutt’ora piuttosto incredible pensare che fino a meno di dieci anni fa, nel pieno centro della città, ci fosse ancora così tanto spazio inutilizzato. Pensare che il luna park delle Varesine fosse lì, al di là di un terrapieno, fa un certo effetto. Mi è sempre piaciuta l’opera di Patrick Tuttofuoco che ha salvato l’insegna, preservando la memoria di un intero mondo in via di estinzione.

Dal suo punto di vista, cosa manca oggi a Milano? Se potesse trasferire in città un elemento preso da un altro luogo, cosa sposterebbe?
I negozi aperti 24 ore al giorno, un vero museo di arte contemporanea e un paio di altri musei di qualità.